L’albero più antico di San Leo

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In tre, forse quattro, si contendono il titolo di re degli alberi monumentali leontini

Che San Leo abbia nella fortezza rinascimentale e nel borgo storico il maggior richiamo turistico è cosa certa. Ma stanno aumentando sempre più i visitatori che apprezzano il patrimonio di verde e di natura circostante. I nostri luoghi sono ancora selvatici e pieni di risorse di biodiversità. Purtroppo flussi turistici senza controllo portano anche elementi di degrado e di disprezzo dell’ambiente, perché c’è chi usa l’ambiente naturale per scopi diversi dal quale gli è stato messo a disposizione. Il bosco e i monti non sono una palestra, non sono un campeggio, non sono luoghi per fare grigliate all’aperto o dove tracciare nuovi sentieri per il trial, non un fiorista dove a gratis raccogliere orchidee selvatiche e le nostre strade sterrate non sono a disposizione per gare da motocross. I nostri luoghi è ora che siano invece descritti per mettere al riparo i tesori che custodiscono sotto forma di elementi rari di biodiversità. Cominciamo dagli alberi monumentali, che spesso non sono solo piante, ma hanno storie e curiosità da raccontare. Come la quercia di Santa Lucia che si dice fu minacciata dai militari tedeschi della 2a guerra mondiale di essere fatta saltare con l’esplosivo e poi salvata dalla popolazione. Si tratta probabilmente di un rovere di m. 3,78 di circonferenza e di una altezza notevole (coordinate GPS 43.894797 12.3767791). Si trova vicino alla strada e quindi facile da visitare. Penso che sia un rovere ma dovrei approfondire meglio ora che sta mettendo le foglie. Potrebbe essere una roverella e allora sarebbe una quercia che ha a che fare con l’economia agricola. Le ghiande di questa specie sono le meno amare e quindi le più adatte per l’alimentazione animale, ma anche umana. Con le ghiande ci si fa una specie di caffè ma volendo anche una farina che un tempo, in caso di penuria e fame, poteva servire per panificare. La stessa cosa si può dire della quercia roverella di Ca’ del Santo, una pianta che ha circa le stesse dimensioni di quella di Santa Lucia, m 3,68. Mi sono accorto che le sue ghiande sono particolarmente amate dagli animali selvatici quando ho tentato di raccoglierle quest’autunno. Quelle delle querce vicine appartenenti ad altre specie restavano li a terra, le ghiande della grande roverella erano mangiate con appetito. Mi ricordo il Chicco Valenti, chi l’ha conosciuto sa chi era, che mi diceva che a fine stagione il contadino, per non rischiare di essere cacciato dal padrone, dopo aver raccolto le olive doveva raccogliere anche le ghiande. Ma attenzione: io ho sentito parlare da qualcuno dell’esistenza sul nostro territorio anche di “querce panaie”, cioè querce dalle ghiande poco amare. Questa poteva essere una di queste? Sicuro è che se è stata salvata dai tagli ci fu una ragione, forse proprio perché la sua produzione di ghiande aveva qualcosa di speciale.

E infine arriviamo a un altro monumento vegetale leontino: il pioppo nero di case Selvagrossa. Si trova sul corso di un rivo e questo deve sicuramente averlo aiutato a raggiungere la ragguardevole circonferenza di m 3,70. Il bello di quest’albero è che può essere visto anche da San Leo, ma non conosco la sua storia, approfondimenti sono necessari.

Infine completano il quadro i tre tigli di Ca’ del Santo, circa m 3-3,20, piantati dalla famiglia degli Stacciarini e oggi censiti dalla Regione come alberi monumentali.

Tutti e sei questi antichi testimoni della storia locale, con una età che va dai 300 ai 450 anni, conferiscono fascino e interesse al nostro comune e vanno preservati con impegno, non solo come attrazioni ma come compagni di percorso da tramandare alle future generazioni.

 

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